Laura Geiringer nacque a Trieste nel 1924, in una famiglia colta e profondamente radicata nella storia della città. Suo nonno paterno, Eugenio Geiringer, fu un noto architetto e ingegnere, progettista di edifici simbolo come il Palazzo delle Generali e il Palazzo della Banca d’Italia; suo padre era condirettore delle Assicurazioni Generali. Una vita che sembrava destinata a crescere tra studio, affetti e bellezza venne invece travolta dalle leggi razziali e dalla persecuzione.
Alla fine del 1943 Laura fu arrestata a Portogruaro, dove la famiglia aveva tentato di nascondersi, e deportata ad Auschwitz insieme ai suoi cari. Dei cinque familiari partiti con lei, soltanto Laura sopravvisse alla detenzione. Tornata libera, portò però nel corpo e nell’anima le ferite del lager: morì nel 1951, a soli ventisette anni, a causa delle conseguenze degli esperimenti sulla fertilità femminile subiti nel campo. Nel suo diario, scritto durante la fuga e la prigionia, lasciò parole preziose che hanno permesso di ricostruire la sua vicenda e di restituirle voce.
La sua storia è una tra le tante vite segnate dalla violenza che le Pietre d’Inciampo vogliono sottrarre all’oblio. A Trieste non ci sono soltanto quelle posate in via Besenghi 33 per Laura e per Pietro Geiringer, ma molte altre disseminate in città: ciascuna non ricorda solo una persona o una famiglia, bensì l’intera comunità ferita dalla persecuzione. Sono segni discreti, incastonati nel selciato, che invitano chi passa a fermarsi, a leggere un nome, a riconoscere una storia, restituendo dignità e presenza a chi era stato cancellato.
Il 27 gennaio 1945 venivano abbattuti i cancelli di Auschwitz. Questa data è riconosciuta dallo Stato italiano e da molti altri Paesi europei come Giorno della Memoria.