Storie

Le sedonere di Erto

20 Agosto 2022

Una mia amica cara è originaria di Erto, si chiama Monica e quando mi ha invitata a casa sua a passare alcuni giorni con lei,  sua mamma e la piccola Caterina, ero elettrizzata solo all’idea di incontrare Mauro Corona. L’incontro non si fece attendere; accadde infatti nel bar ristorante del paese e non mancarono i risvolti pittoreschi, ma questa è un’altra storia.
In quei giorni mi sono fatta raccontare due storie: quella del disastro del Vajont e quella delle sedonere.

Era d’inverno che nei paesi di Erto, Claut e Cimolais risuonavo i colpi d’accetta per iniziare a dare forma agli oggetti, stagione durante la quale gli uomini, utilizzando il legno che era la loro ricchezza, realizzavano cucchiai, mestoli, setacci, scegliendo il legno più adatto. Le partenze degli ambulanti, donne, uomini o famiglie intere, avvenivano in primavera con il carretto carico di ciò che dovevano vendere e le poche cose personali. Rientravano per la fienagione per ripartire in settembre e tornare alle soglie dell’inverno. Spesso rimanevano fuori mesi o anni.
Claut si dice “fòra pal mónt” e a Erto “dhi a girè” che significa “lasciare il paese per andare a vendere”. Vendevano la loro “ricchezza” camminando a piedi per chilometri e chilometri: Trentino, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte ma anche Liguria e Valle d’Aosta, con ogni condizione di tempo. Le donne partivano portandosi i figlioletti di qualsiasi età. Chiedevano ospitalità nelle case dei contadini e dormivano nei fienili.
Erano chiamate: Fusàre, Sedonére, Nèrte, Furlane, Calzarute, Cassére in base alla provenienza geografica o agli oggetti che vendevano. Sono storie di donne forti, protagoniste di questi viaggi. Bussavano di porta in porta e cassetto dopo cassetto mostravano anche la merce acquistata all’ingrosso: aghi, bottoni, filo, pizzi e merletti, sapone da barba, lamette…

Foto © Caterina Gambin

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